*.* Rompiamo gli schemi
Giugno 24, 2008 · Lascia un Commento
Vediamo che è successo, stiamo cercando di capire cosa mi abbia spinto ad iniziare questo blog, e siamo arrivati ad Eugenia. Non ho idea se riuscirò ad arrivare ad un dunque, non ho idea se rispetterò la scaletta che vi ho proposto, ma questo è Carlo, benvenuti piacere! Tanti buoni propositi, la ricerca costante di un ordine che non arriva mai. Ho sempre pensato che il detto “Chi nasce tondo non può morir quadrato” avesse un significato paricolare per me. Non solo perchè in effetti è molto difficile cambiare, ma perchè p è da un pò di tempo che tendo a dividere le persone tra tonde e quadrate. Le tonde sono quelle disordinate, magari grasse, mai del tutto impeccabili anche quando sono tirate a lucido, persone che trovano piacere nel parlare di quel che fanno e faranno e che per questo morboso piacere spesso dicono più di quello che fanno. Persone costantemente ottimiste, oltre il giusto, oltre il logico. Poi invece ci sono i tondi quadrati e quì Carlo non parla più di sè, i quadrati sono quelli disciplinati, sempre perfetti, li vedi con un jeans, la scarpa giusta, il colletto della camicia che perfetto esce da un maglioncino aderente il giusto ad un fisico naturalmente palestrato. Li vedi, parlare poco, concentrati nel fare. Inutile dire che Carlo da buon tondo ambisce ad esse quadrato. Inutile dire che il tondo ottimismo gli fà credere che un giorno lo sarà e inatanto il tempo và. Non torna il tempo. Il tempo.
Parleremo anche di lui. Il tempo.
Quel poco che capisco di matematica mi ha fornito uno spunto interessante: DENTRO UN CERCHIO SI PUO’ ISCRIVERE UN QUADRATO. Ecco il mio vero sogno: io non voglio essere un quadrato, ma allargare il mio cerchio, voglio inglobare dentro di me tutto il rigore e la disciplina delle linee rette ed aggiungerci l’estro, la fantasia e il costante fuggire dagli schemi delle curve.
Scritta di getto e non riletta: questao è un tondo.
Fabrizio de Andrè – Il suonatore Jones
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*quattro. Eugenia
Giugno 22, 2008 · Lascia un Commento
Eugenia, diciottani alle spalle e tanti sogni coi quali il destino potrà dilettarsi, capelli corti, fisico asciutto, una costante smorfia sul viso e dei profondi occhi grigi che le permettono di vedere il mondo dei colori che gli altri non scorgono. Vede una natura morta dove il mondo abbaglia per lo scintillio dei riflettori, tele squarciate nei sogni infranti e un artista diseganre con sapienti tocchi il cielo sopra lei. Ma Eugenia è soprattutto la sua smorfia, una specie di incazzatura costante osteggiata in volto. Eugenia è rabbia.
L’avevo conosciuta in Grecia, la sapiente mano del destino ci aveva fatto conoscere sulla porta del locale dove lavoravo ad Ios, lei maglietta nera e jeans, qualche passo indietro alcuni amici la seguivano a fatica districarsi fra ragazzi in festa in quel groviglio di locali nel centro del borgo antico.
E’ incredibile come un’antica isola greca possa essere trasformata dal delirio di giovani,”maturi”, solo per il ministero dell’istruzione italiana. In quel sali e scendi di vie, voci, urla, suoni alchol, libidine e speranze, Carlo, un panama bianco in testa, una t-shirt rossa sotto una giacca di lino bianco era il più vecchio e se anche l’anagrafe lo smentiva a lui non importava, era così che si sentiva.
Era finito in quell’isola seguendo Natella, senza pensarci troppo aveva accettato l’offerta di festeggiare la fresca maturità del cugino. Non gli servirono ventiquatt’ore per capire di esser finito nella patria dei diciottenni, un incumbo nel quale sarebbe rimasto imprigionato per non meno di due settimane. Ma una via di fuga gli si offrì quasi subito: lavorare come pr al Disco 69 (sixty nine), il locale più in vista dell’isola
Il suo lavoro era far entrare gente nel locale, riempirlo nelle ore più tranquille e mettere un pò d’ordine verso le due quando la bolgia si faceva più vigorosa. Verso l’una si ritrovarano occhi negli occhi, lui la invito ad entrare, lei rifiutò e forse sorridente se ne andò.
Ecco caro lettore quello che questo blog vuole essere un trionfo d’infinite piccole casualità che come onde ti colpiscono, alcune sono più forti altre meno, alcune cambiano la traiettoria della tua barca, altre ti sfiorano appena, alcune le vedi arrivare, altre sono già passate. In questo gioco continuo di forze contrapposte ci sei te, solo. Non ti chiedere se portare la barca o forti portare dal vento, non ti chiedere dove atraccare, semplice vai, la vita è nel movimento.
TO BE COMPLETED. FIRST REALESE! BETA 0.1.2
Marlene Kuntz – Amen
Headlights, originally uploaded by Stefano Sgambati.
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*tre. Il movente
Giugno 20, 2008 · Lascia un Commento
Nel post *due. abbiamo deciso che prima di iniziare con la scaletta avevamo bisogno di trovare un movente, la forza motrice che spinge Carlo a dedicare tempo e risorse per parlarti del nulla, cercheremo di capire il suo sforzo di superarsi nella ricerca vana del bello. Per rendere la ricerca più divertente cercherò di dargli il taglio di un enigma degno del peggior giallo della più economica delle pubblicazioni tascabili. Per procedere abbiamo bisogno di quattro elementi: 1) Una o più vittime, 2) Un colpevole, 3) Uno o più indizi, 4) Un movente
1) Le vittime: sul punto non mi soffermo a lungo, siete voi, povere capre, a perdere tempo a leggere questo blog. Avremo modo di conoscerci meglio e forse di farmi ricredere, anche se mi sembra improbabile, comunque al fine della nostra analisi diamo questo elemento per acquisito.
2) Il colpevole: anche questo passaggio mi sembra vada via liscio, abbiamo un nome, o meglio abbiamo uno pseudonimo: Carlo
3) Gli indizi: uno solo ma schiacciante: “Il Signor T.”. L’idea è stata quella di riscrivere a modo mio un post letto nel blog di un’amica. E’ stata la prima volta che mi sono messo a guardare una pagina vuota e cercare di riempirla di sentimenti. E poco importa se la storia è di assoluta fantasia, poco importa se quei sentimenti sono una finzione, è nella fantasia che il nulla trova forma. Immagino Dio cotruire questo mondo seduto alla sua scrivania vuota, solo, una macchia da scrivere davanti a lui, battendo con cadenza ritmata quei tasti comporre una storia che è la nostra,la realtà.
4) Il movente: la soddisfazione di vedere lo stupore nelle facce degli amici dopo aver letto il Signor T., la voglia di stupirli di nuovo e soprattutoto la voglia di sorprendermi ancora. Ma, il lettore attento si sarà reso conto che il movente non l’abbiamo ancora visto. Se è la voglia di continuare a scrivere come o meglio di come abbia fatto con il Signor T il movente che mi porta a scrivere questo blog, una domanda resta aperta: cosa ha portato Carlo a riscrivere una pagina di un blog di un’amica? Bravo lettore, stai capendo, sta per comparire sulla scena un nuovo personaggio, una donna.
Carmen Consoli : Matilde odiava i gatti
Foto: Torino di notte – Piazza Vittorio e la Gran Madre, originally uploaded by man_drake
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*due. Il Signor T
Giugno 18, 2008 · Lascia un Commento
Cerchiamo di fare il punto della situazione: dopo un anno che il blog è un semplice susseguirsi di foto, poesie immagini e video, ho deciso nel post *uno di farlo diventare un blog vecchia maniera ( io scrivo, tu leggi, al massimo commenti). Per il momento il blog registra quattro promesse di post che intendo usare come una scaletta per ordinare i pensieri:
- Carlo: lo pseudonimo
- Baricco: il barbaro
- Non è proprio la prima volta che scrivo su questo blog (il titolo potrà subire migliorie)
- Natella
Lettore, non ti è difficile capire quanto sia inutile iniziare a mettere insieme i pezzi per costruire una casa, se prima non si ha chiaro perchè la si sta costruendo. Ecco in qualche maniera il Signor T è il committente del nostro blog. Confuso? Bene, era questa l’intenzione. Prima di risolvere l’enigma eccoti un indizio:
“Il Signor T” di Carlo
I suoi occhi, il suo sorriso, la sua pelle rosa contrastare le pallide mani bianche, quant’era bella, quant’era d’altri. Il tempo di assaporarne il ricordo che lei era lì, davanti a lui, esattamente come la ricordava. Quei trent’anni di distanza avevano dato modo al tempo di renderla ancor più elegante, ancor più donna, pensò e se qualche difetto era comparso, a lui non importava anzi nella sua mente quei difetti diventano crepe nelle quali provare a infilarsi, si vedeva forte del suo nuovo io riuscire nell’impresa di abbattere quel muro che trent’anni fa non aveva ceduto ai colpi del suo amore.
Il Signor T era un uomo sulla cinquantina, colto, realizzato, ricco e solo, non aveva mogli o figli, parenti né amici, aveva il suo lavoro e i suoi collaboratori, ma non erano amici, loro, il Signor T questo lo sapeva bene. Aveva sacrificato tutta la sua vita per avere quel che voleva, ma adesso tutto quello che il Signor T desiderava era lei.
La conosceva dai tempi dell’università, Adele già allora era il sogno impossibile, così bella e desiderata, figlia di una delle più importanti famiglie della città e lui, invece, non era altro che uno studente che a stento si pagava gli studi e che nelle notti sole della città nemica sognava di lei.
Ora seduti nel dehor di un bar elegante, il cielo grigio sopra di loro, occhi negli occhi iniziarono a raccontarsi. Lei iniziò descrivendo la sua vita, cosa ne era stato della studentessa che aveva conosciuto, della sua realtà di donna e ancora parole che suonavano vuote nella testa del Signor T, lui quelle cose le sapeva, aveva sognato di lei notti intere prima di addormentarsi, erano quei pensieri i migliori compagni per addolcire le preoccupazioni delle lunghe giornate lavorative. E poi, nella testa del Signor T il suo copione era scritto, l’avrebbe conquistata, le avrebbe fatto vedere che persona era riuscito a diventare, le avrebbe fatto capire che errore era stato non essersi accorta di lui in passato e lei ammirata e pentita l’avrebbe amato.
Puntuale dopo aver ordinato un the il momento tanto atteso, ” E tu cos’hai fatto in questi anni?”. Il Signor T non trattenne un accenno di sorriso, respirò profondamente e iniziò, iniziò a raccontarle della sua penthouse a New York e del loft di Parigi, della sua amata Londra, così mondana per chi può permetterselo, delle nuove frontiere asiatiche e degli amici con cui stava investendo a Shangai, le raccontò di come però nessun posto fosse bello come la propria casa, un posto dove trovare un po’ di riposo lontano da tutte le persone che non fanno altro che compiacerti, le raccontò del business degli aerei e degli alberghi di proprietà sparsi per l’intero globo.
Avanti così, la sua voce si faceva più grave, la dignità più sottile, gli oggetti sempre più ricchi e splendenti, esitò più volte, indeciso se continuare, ma non sapeva cos’altro fare, le battute le aveva provate mille volte, la maschera era indosso, sapeva bene che un uomo in maschera se recita è un grande attore, seduto al tavolino di un bar è solo un pazzo. Ma quando la teiera vuota si portò via lo spettacolo, per il Signor T, non un applauso, un fischio, non un solo singolo distinto rumore, il teatro era vuoto, l’aria pesante, lei era persa e lui lo sapeva.
Quella notte nell’abbraccio caldo di un lenzuolo di seta il Signor T si addormentò con negli occhi viva l’immagine del saluto freddo dell’amore che mai avrebbe avuto e pregò Dio di non svegliarsi più.
Il Signor T. di Carlo
Subsonica : Alba scura
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*uno. Questa volta inizio un blog
Giugno 18, 2008 · 2 Commenti

E’ da molto, diciamo dall’estate, che uso questo blog come magazzino di cose belle. La mia opera di riempimento è andatea sciamando da quando si è fatta più forte la mia dipendenza per Facebook.
Ma questa sera una piccola svolta: inizio a scrivere sul blog
Non più contenitore di cose belle, ma custode di riflessioni più intime. Cos’è il blog se non la Smemoranda degli anni novanta ?
Proverò a scrivere per il gusto di farlo, con la speranza, non troppo nascosta, di fornire delle istruzioni per chi vorrà arrivare al cuore o forse alla mente di Carlo.
.Avviso ai naviganti: per ogni testo vi suggerirò una canzone, idea copiata a Natella che a sua volta avrà copiato. Nei prossimi post mi ripropongo di parlarvi di Natella e di un affascinante libro di Baricco che sto leggendo che ben spiega l’idea di unire musica e parole.
Per la fiducia che vorrete concedermi: Grazie.
Baustelle : Charlie fa surf
Foto: Piazza San Carlo, originally uploaded by suzukimaruti
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Messo il tag: Carlo, fiducia, grazie, Inizio, Natella, scrivere, speranza
Il Salotto
Agosto 17, 2007 · Lascia un Commento
Il Salotto, originally uploaded by Malavida Good Taste.
“In Piazza San Carlo, il salotto della città, c’è chi si stende a terra su un sottile strato di cartone, cercando di dormire nel breve tratto di marciapiede tra una banca e un negozio di abbigliamento, o tra un bar e un’agenzia di viaggi. Quindi cerca di non pensare agli altri occhi, quelli che guardano il suo corpo accartocciato su se stesso, portati a spasso dalle tante scarpe che battono il suolo freddo, e si addormenta sperando di vedere qualche soldo al momento del risveglio…”
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Piazza Palazzo di Città, Torino
Agosto 4, 2007 · Lascia un Commento
Abbaini #2, originally uploaded by lonesome_cycler.
Ci vive un sacco di gente.
Muratori, rumeni, mercanti, maghrebini, studenti, puttane, a volte artisti.
Di solito piove dentro, ma non ditelo all’amministratore.
D’estate si muore di caldo – d’inverno, già hai capito.
Ma loro continuano a sfidare il cielo, a screziare i riquadri di cielo che ci sono dati in sorte in città.
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Torino Disturbata
Agosto 4, 2007 · Lascia un Commento
Frasi che ora sanno d’inutilità ,
Di desideri tiepidi già smossi.
Lei si riveste, ormai non la diverte più.
Probabilmente lui vorrebbe anche ricominciare.
Alibi che attenuano l’oscenità
Riflessa intorno alle bottiglie vuote
Dai suoi vent’anni opachi e rispettabili:
Così si sa che c’è qualcosa che non va.
La notte schiude le sue braccia fragili
Tra le emozioni che si intrecciano
E lei confonde spesso forza ed esperienza
Per tutti gli uomini osservati da sotto.
Si nutre di cose che fanno male
E ama quando è l’ora di odiare,
Si nutre di cose che fanno male
E odia quando è l’ora di gridare.
Abiti firmati d’inutilità
Riscattano un affetto che ora latita.
Buone maniere che sono sempre le stesse:
Da sempre sa che c’è qualcosa che non va
La notte che sorride ha denti fragili
Per tutti i calci che l’aspettano.
Generalmente lei non dà la confidenza
A tutti quelli che si atteggiano troppo.
Si nutre di cose che fanno male
E ama quando è l’ora di odiare,
Si nutre di cose che fanno male
E odia quando è l’ora di gridare.
Bocche dal sapore d’eventualità appiccicano sguardi,
l’aria è satura. Quasi vorrebbe la scoprissero
gettarsi in pasto giusto il tempo di ricominciare.
A casa questa notte non ritornerà .
In viaggio fuori-serie verso nessun posto.
Narici rispettabili festeggiano:
Così si sa che c’è qualcosa che non va.
La notte scivola sugli occhi gravidi,
Gonfi di amaro che rovesciano.
Generalmente lei riserva indifferenza
A tutti quelli che si stringono troppo.
Si nutre di cose che fanno male
E ama quando è l’ora di odiare
Albascura, Subsonica, TORINO
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